03 Giugno 2026,ore 17.40

Konaté a cuore aperto: “La morte di Diogo Jota e di mio padre mi avevano tolto la voglia di vivere”

Konate Liverpool

A pochissimi giorni dal calcio d’inizio dei Mondiali 2026, Ibrahima Konaté si mette a nudo in una delle interviste più intime, dolorose e toccanti della sua intera carriera. Intervenuto ai microfoni di France Inter, il forte difensore centrale, fresco d’addio al Liverpool, ha squarciato il velo di silenzio sulle enormi difficoltà psicologiche affrontate durante un’annata, la 2025/26, che lo ha visto sprofondare in un vero e proprio baratro emotivo, segnato prima dalla tragica perdita del compagno di squadra Diogo Jota e, pochi mesi più tardi, dalla dolorosa scomparsa del padre.

La tragedia di Diogo Jota

Il centrale francese ha riavvolto il nastro della memoria con visibile commozione, ricordando la prematura scomparsa dell’attaccante portoghese, rimasto vittima di un fatale incidente stradale lo scorso luglio. Un dramma che ha scosso le fondamenta di Anfield: “Ancora oggi faccio una fatica immensa a realizzare quanto accaduto. Il suo armadietto è rimasto intatto nello spogliatoio, ogni giorno sembra quasi che debba spuntare da un momento all’altro. È stato qualcosa di terrificante”, ha confessato Konaté, che con il lusitano aveva un legame speciale. “Eravamo vicini di casa. Diogo era una persona straordinaria, un ragazzo genuino che non cercava le luci della ribalta, voleva solo essere felice con la sua famiglia. La sua morte mi ha annientato: in quel periodo avevo perso la voglia di fare qualsiasi cosa”.

Il secondo lutto: “Volevo mollare tutto”

Come in un incubo senza fine, all’inizio del 2026 Konaté ha dovuto incassare un altro terribile colpo personale con la morte del padre, spentosi dopo settimane di ricovero ospedaliero. Un doppio lutto ravvicinato che ha rischiato di spezzare definitivamente la resistenza del calciatore:Mi sono trovato completamente smarrito. Mi chiedevo costantemente se avesse senso mollare tutto per tornare a casa in Francia, o se dovessi stringere i denti e scendere in campo perché la squadra aveva bisogno di me. Ho commesso il grave errore di tenermi tutto dentro, di voler fare l’invincibile, ed è stato uno sbaglio colossale”.

Abbattere il tabù della depressione

Da questa discesa negli inferi è nata la volontà del difensore di lanciare un messaggio universale e potentissimo sulla salute mentale nel calcio professionistico, un mondo troppo spesso impermeabile a queste tematiche: “Quando si sta male bisogna avere il coraggio di parlare. Chiedere una mano non è un sintomo di debolezza, tutt’altro: è l’unico modo per salvarsi. Anche i calciatori possono scivolare nella depressione e non c’è assolutamente da vergognarsi. Sento spesso dire che chi guadagna milioni non ha il diritto di soffrire, ma sono emerite sciocchezze. Il dolore non guarda il conto in banca. La depressione nasce nel cuore, avvolge la mente e finisce per paralizzare il corpo: parlatone, non affrontate questo mostro da soli”.