Dopo il terremoto del Wanda Metropolitano, Igor Tudor si è presentato ai microfoni di TNT Sports per metterci la faccia. In un clima di estrema tensione, il tecnico croato ha analizzato il tracollo del suo Tottenham contro l’Atletico Madrid, provando a spiegare l’inspiegabile: la scelta di Kinský al posto del titolarissimo Vicario e quel blackout costato tre gol in quindici minuti.
L’ammissione di colpa: “Scelta errata, ma razionale”
Nessun giro di parole: Tudor ha ammesso che il cambio tra i pali non ha prodotto l’effetto sperato, pur rivendicando la logica che lo aveva portato a quella decisione prima del fischio d’inizio.
“A mente fredda, è evidente: è stata la decisione sbagliata“, ha dichiarato l’allenatore degli Spurs. “Tuttavia, prima della partita, le premesse sembravano corrette. Venivamo da un cambio di competizione e ritenevo fosse il momento opportuno per dare una scossa e ruotare gli uomini”.
Una scommessa persa che ha trasformato il debutto del giovane portiere ceco in un calvario sportivo, costringendo il tecnico a un cambio record dopo soli 17 minuti.
Un evento paranormale: “Ci hanno uccisi”
Tudor è apparso quasi incredulo davanti alla dinamica della sconfitta, descrivendo l’avvio di gara come un insieme di episodi fuori dal comune che hanno demolito il piano partita degli Spurs:
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Episodi fatali: “Ci sono state tre situazioni molto strane che ci hanno letteralmente ucciso. È stata una gara particolare, difficile persino da analizzare”.
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Lo shock del tecnico: “In quindici anni di carriera non mi era mai capitata una cosa del genere. È difficile spiegare a parole quello che abbiamo vissuto in campo”.
Scuse ai tifosi e silenzio stampa (interno)
Con il morale della piazza ai minimi storici e il big match contro il Liverpool all’orizzonte, Tudor ha cercato di gettare acqua sul fuoco, chiedendo scusa alla tifoseria londinese per l’ennesima serata da dimenticare.
“Ci scusiamo con i nostri sostenitori. È un momento complicato, ne siamo consapevoli”, ha concluso il tecnico. La ricetta per uscire dal tunnel, secondo il croato, è una sola: “Dobbiamo continuare a lavorare e parlare meno”. Basterà il silenzio e il sudore a salvare una panchina che, mai come oggi, appare traballante?
