Dodici mesi fa, durante la cena di gala per i premi di fine stagione dell’Aston Villa, il direttore delle operazioni calcistiche Damian Vidagany salì sul palco lanciando un guanto di sfida chiarissimo a Manchester City, Arsenal, Liverpool, Manchester United, Chelsea e Tottenham: “Il Big Six non esiste più”, dichiarò tra gli applausi scroscianti. Un sentimento forte, che sulle sponde del Tyne sponda Newcastle ha trovato per anni ampio consenso. Del resto, se il Villa ha scardinato le gerarchie qualificandosi alla Champions League nel 2024 e nel 2026, i Magpies avevano fatto lo stesso nel 2023 e nel 2025.
Eppure, la realtà dei fatti dimostra che i club storicamente più ricchi della Premier League non sono rimasti a guardare. E il prepotente inserimento degli Spurs su Sandro Tonali è il promemoria più doloroso di quanto questo divario sia ancora vivo.
Il fattore De Zerbi e la tentazione Londra per Tonali
A poche settimane dall’inizio del nuovo corso del Tottenham targato Roberto De Zerbi, arrivato dopo aver salvato il club per il rotto della cuffia all’ultima giornata, gli Spurs stanno cercando il colpo da novanta nel Nord di Londra. Il Newcastle è reduce da un’annata deludente, chiusa al 12° posto, ma la vera differenza la fanno i bilanci. I conti del Tottenham evidenziano un fatturato superiore di ben 230 milioni di sterline rispetto a quello dei Magpies nel 2024-25.
Una discrepanza che permette ai londinesi di offrire a Tonali un ingaggio nettamente superiore e di mettere sul piatto una prima offerta da 80 milioni di sterline, il tutto senza violare i paletti del fair play finanziario interno. Al momento il Newcastle resiste, forte del fatto che l’offerta non è considerata congrua e che, in caso di inserimento di Arsenal o City, potrebbe scatenarsi un’asta. Ma il campanello d’allarme è già scattato.
Ridimensionamento Newcastle
Se Tonali dovesse cedere al corteggiamento di De Zerbi, il Newcastle si ritroverebbe ad aver perso tre dei suoi quattro migliori calciatori nel giro di un anno. Un esodo doloroso iniziato con la cessione di Alexander Isak al Liverpool per 125 milioni di sterline e proseguito con il trasferimento di Anthony Gordon al Barcellona per 69 milioni.
Eppure, la scorsa estate l’atmosfera a St James’ Park era di tutt’altro tenore. Eddie Howe e i suoi ragazzi avevano appena spezzato un digiuno di trofei lungo 70 anni battendo il Liverpool nella finale di EFL Cup e centrato la seconda qualificazione in Champions in tre anni. Ma la difficoltà nell’attrarre i primissimi obiettivi di mercato è diventata cronica, come ammesso candidamente dallo stesso Howe: “È stato difficilissimo portare qui i giocatori che volevamo e che pensavamo potessero fare la differenza. E questa sfida diventerà sempre più complessa”.
Il “Giorno della Marmotta” sul mercato
Le parole del tecnico inglese si sono rivelate profetiche. Nonostante il tempestivo innesto del promettente portiere Ewen Jaouen dallo Stade de Reims per 18,5 milioni di sterline, il mercato dei Magpies ha vissuto dinamiche frustranti. Il club sembrava in pole position per l’esterno spagnolo Victor Muñoz, finito poi al Liverpool via Osasuna.
Per i tifosi si è trattato di un vero e proprio déjà-vu, dopo che nelle scorse sessioni profili del calibro di Joao Pedro, Hugo Ekitike, James Trafford e Benjamin Sesko hanno preferito firmare rispettivamente per Chelsea, Liverpool, City e United. A parte l’arrivo di Malick Thiaw in difesa, una spesa netta superiore ai 100 milioni di sterline non ha ancora fruttato i dividendi sperati.
In questo scenario, Howe ha dovuto cambiare strategia di persuasione, puntando non tanto sulle garanzie di successo immediato, quanto sulla “cultura del miglioramento” e sullo sviluppo individuale all’interno del suo staff. Una filosofia che ha rigenerato Gordon prima del suo volo verso la Catalogna, ma che rischia di non bastare più per trattenere i top player.
Il bivio economico: il verdetto sullo stadio
Il progetto della proprietà saudita, che ad ottobre festeggerà il quinto anniversario dall’acquisizione, è entrato in una fase delicatissima. I piani per il nuovo centro sportivo d’avanguardia a Woolsington sono ancora in stand-by, ma il vero nodo per colmare il gap con le big resta lo stadio.
Se nel 2007 il Newcastle generava quasi gli stessi ricavi commerciali del Tottenham (con un divario complessivo di appena 16 milioni di sterline), oggi la forbice si è trasformata in un abisso. Nel 2024-25, gli Spurs hanno incassato 126,5 milioni di sterline dal botteghino contro i soli 51,6 milioni del Newcastle. Eventi extra, concerti e le partnership con NFL e F1 Drive hanno spinto i ricavi commerciali del Tottenham a quota 277,1 milioni, a fronte dei 120,2 milioni dei Magpies.
Un divario strutturale che ha portato l’esperto di finanza applicata al calcio, Kieran Maguire, a tracciare una linea netta sul futuro del club:
“Se i proprietari del Newcastle vogliono una squadra che competa stabilmente per la Champions League, devono costruire un nuovo stadio. Se invece si accontentano di un club da primi dieci posti che naviga tra Europa e Conference League, allora possono limitarsi a ristrutturare St James’ Park. La scelta è tutta qui”.
