Il calcio europeo si ritrova, ancora una volta, a fare i conti con i suoi demoni peggiori. La vittoria di misura del Real Madrid al Da Luz contro il Benfica (0-1) nell’andata dei playoff di Champions League è già diventata una nota a piè di pagina. Il vero verdetto, pesantissimo, arriva dalle denunce di Vinícius Jr. e dalle reazioni di chi, come Thierry Henry e Kylian Mbappé, ha deciso che il tempo del silenzio è scaduto.
Dieci minuti di buio a Lisbona
Tutto ruota attorno a un insulto: “mono”. Scimmia. Secondo la denuncia di Vinícius, a pronunciarlo sarebbe stato l’argentino Gianluca Prestianni. Un episodio che ha spinto l’arbitro François Letexier ad attivare il protocollo UEFA, sospendendo il match per dieci minuti. Un’eternità che ha messo a nudo la fragilità di uno sport che fatica a proteggere i suoi protagonisti.
Nel post-partita, la posizione dei Blancos è stata granitica. Kylian Mbappé è intervenuto con la leadership che gli compete:
“Non possiamo accettare certi comportamenti nella competizione più importante d’Europa. Dobbiamo essere un esempio per i bambini che ci guardano“.
Parole che pesano e che richiamano l’UEFA a una fermezza che troppo spesso, in passato, è mancata.
Il commento di Henry: “So cosa si prova”
Dagli studi di CBS Sports, è arrivata la voce tonante di Thierry Henry. L’ex leggenda dell’Arsenal, sempre molto ascoltato Oltremanica, ha parlato con una schiettezza disarmante: “Sono stato chiamato scimmia in passato, so cosa significhi“.
Henry ha evitato di colpevolizzare il Benfica come istituzione, distinguendo tra responsabilità individuale e collettiva, ma è stato implacabile sulla gestione del caso. Il francese ha rispedito al mittente ogni tentativo di sminuire l’accaduto, un monito che in Premier League – dove il dibattito sul razzismo è sempre centrale – risuona con forza particolare.
Una difesa che peggiora la situazione
Se le accuse sono gravi, la linea difensiva emersa nelle ultime ore è, se possibile, ancora più controversa. Mentre Prestianni nega ogni insulto razzista, Aurélien Tchouameni ha rivelato un retroscena inquietante: il giocatore del Benfica gli avrebbe confessato di aver usato, invece, un’espressione omofoba.
Una sorta di “male minore” che ha sollevato un’ulteriore ondata di indignazione. Passare dal razzismo all’omofobia come strategia difensiva non è solo paradossale, è la conferma di un problema culturale profondo che il calcio non può più ignorare.
Il bivio della UEFA
Ora la palla passa a Nyon. Con testimonianze pesanti come quelle di Mbappé e il supporto mediatico di figure come Henry, l’UEFA non può limitarsi a una multa simbolica. Se il calcio vuole essere “meraviglioso”, come dice Titi, deve smettere di girarsi dall’altra parte quando uno dei suoi talenti più puri viene umiliato per il colore della pelle.
